Ci sono giocatori e giocatori…

Ci sono giocatori che credono di giocare ai videogames (scusate, ma “Videogiochi” è davvero bruttino come termine) solo perché hanno la Wii e si sbracciano a Wii Sports.

Ci sono i giocatori che “vorrei l’icsbocs, ma niente coi giochi, che tanto gioco solo a PES”.

Ci sono anche quelli che “Ma sul DS c’è altro oltre il brèin treini?”

Dall’alto della loro esperienza, spesso pluridecennale, ci sono i Gamers, non casual, non hardcore, non conscious nè altre etichette: solo Gamers.
Quelli che guardano con affetto la loro copia di “Ultima Online” mentre WoW si avvia, quelli che ricordano quando Gordon Freeman fece irruzione nelle loro giovani menti, quelli che andavano alla terza colonna della ventitreesima pagina del manuale per inserire il simbolo e cominciare “Indiana Jones and the fate of Atlantis”, quelli che guardano l’Angry Videogame Nerd sorridendo e pensando “cazzo, se ha ragione, quello era proprio un gioco di merda”.

Tipo.

Ci sono anche quelli che “se non hai mai giocato a Sam & Max non sei nessuno” e quelli che si divertono a chiamare bimbiminkia i poveri cristi che hanno scoperto questo magico mondo solo con la Plèi.

Io ho cominciato a videogiocare nel 1987, grazie ai miei che regalarono il gioco del momento al piccolo saccente di casa, con il gioco migliore su cui un bimbo degli anni ’80 potesse mettere mano: Super Mario Bros.
Erano i tempi in cui Marty McFly era tornato solo una volta al futuro, Indiana Jones stava pensando che forse forse aveva ancora una storia da raccontare e nessuno avrebbe mai creduto di rivedere al cinema un nuovo episodio di Guerre Stellari.
Incominciai a fantasticare sui magici mondi che, dopo Mario, mi si prospettavano davanti: castelli di vampiri, tartarughe ninja mutanti, omini blu che sparano palline dal braccio, pallette rosa che divorano i propri nemici e via così.

E giù cagotto.

Il tempo passava così velocemente che nemmeno me ne rendevo conto, ma da bravo bimbo qual ero, alle nove si dormiva e spesso lasciava acceso il magico scatolo grigio per finire la partita il giorno dopo.
Un vizio che mi è rimasto tutt’oggi, peraltro.

Sono passati tanti anni da quanto Mario mi percosse il cervello a suon di monetine e funghetti, ma la mia passione è sempre qua.
Più del disegno, più della lettura, più della musica e del cinema, ecco a cosa sono davvero appassionato: ai videogiochi.
Del resto, se così non fosse, non ne scriverei in ogni dove, no?

In negozio, poi, mi capita di sentire mamme che “compro questo a mia figlia di sedici anni, ma dico io…ormai è grande, dovrebbe mollarli, no?”.

Io di anni ne ho 28, signora.
E non mollo nemmeno se mi sparano.

 

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