Il Duca, il ritardo e le donnine.

L’ultima volta che ho scritto qui sopra vi davo la notizia del ritardo dell’uscita del cafone preferito dai videogiocatori di mezzo mondo.
Il 10 giugno è arrivato ed è passato da un pezzo, ma dopo un illuminante discorso con un amico, mi preme scrivere della mia esperienza col Duca.

Nel 1997 ero un tredicenne abbastanza scazzato, come tutti del resto, e mi sollazzavo a giocare al Duca a casa di un amico.
Ma eravamo ancora nel magico mondo del “Dai, io miro e tu spari”, secoli fa.
Internet era ancora un privilegio per pochi, perlopiù appannaggio di film di fantascienza dove ci si parlava attraverso la rete addirittura vedendosi l’uno con l’altro.

Quando cominciai a sentir parlare di Forever non ne ero particolarmente entusiasta, anche perché per creare uno spillo di hype di oggi, 14 anni fa ci volevano come minimo 3 speciali da 6 pagine su riviste specializzate.

In ogni caso, col passare del tempo, il Duca sparì dalla circolazione, con Forever in sviluppo e la mia adolescenza in corso.
Per un po’ abbandonai anche i videogames, a causa di una simpatico regalo di quel qualcuno Spaghettoso: epilessia e fotosensibilità.

Addio sale giochi, addio Playstation, addio Nintendo 64 e compagnia bella.
Persino il Game Boy mi era precluso, perciò immaginate la mia gioia quando, nel 2001, riuscii ad accaparrarmi la PSOne.
Quella piccola. Uscita con la PS2. Niente? Questa qua, dai!
 Avevo circa 5 anni di arretrati, sia come uscite che come news.
Ricordo un articolo scritto non mi ricordo dove, che dichiarava che il Duca sarebbe arrivato entro il Natale di quell’anno.

Un paio di anni dopo, una volta dichiarato guarito dai medici, mi ributtai a capofitto nel magico mondo fatto di poligoni e pixel andando dalla mia mamma videoludica: arrivò il GameCube con Mario Sunshine e così la mia passione ebbe una seconda giovinezza, che dura tutt’oggi.
Comincia a spendere tutti i miei soldi in giochi, riviste italiane e non, demo e chi più ne ha più ne metta.

Appresi che sì, il Duca non era ancora uscito e a quel punto imparai il termine Vaporware, ovvero il gioco che in realtà non esiste.

Una volta conquistato anche Internet (come si faceva prima?), cominciai a frequentare il forum di Gamesradar, leggendo news, commentando e facendo vita da forum.
Ovviamente una volta all’anno saltava fuori la news sul Duca dicendo che aveva cambiato motore grafico, che era quasi pronto, che c’era una battaglia legale per la pubblicazione e via dicendo.

Il mio entusiasmo calò, ma seguii sempre con interesse tutta la faccenda.
Fino al Natale del 2009, quando, a qualche mese di distanza dalla chiusura dei 3D Realms, lo sviluppatore di Duke Nukem, spuntarono i video e le immagini del gioco, ormai prossimo al completamento (sè, vabbè).

Da lì, tutti credevano che il Duca non sarebbe più tornato.
Fino a settembre dell’anno scorso, quando, con non poca sorpresa, Gearbox, capitanata da un ex-dipendente di 3D Realms, si prese l’onere di completare il gioco, cercando di mettere insieme 14 anni di lavoro disastrosi, intervallati da 3 cambi di motore grafico e un sacco di ritardi per renderlo perfetto.

A quel punto non potevo più fare finta di niente e l’hype salì alle stelle: poter essere di nuovo il Duca mi gasava come non mai.
Più vedevo i filmati e più mi dicevo “NEED! CAZZO! LO VOGLIO!” e via dicendo.

Il giorno dell’uscita, dopo averlo consegnato a quella ventina di fan incalliti che entrarono all’aperura del negozio, andai a ritirare la mia copia delle Palle d’Acciaio.

Ora, nei giorni precendenti, avevo letto un sacco di recensioni.
Alcune devastanti, altre di più.

E qui arriviamo al punto: cari recensori, che pretendevate da un gioco in sviluppo dal ’97 e uscito oggi ricucito alla bell’e meglio?
Io mi aspettavo un gioco con una grafica da primi anni 2000, una giocabilità da metà anni novanta e delle battute e delle gag così puerili da far ridere un ragazzino delle medie. Com’ero io nel ’97.

Tenendo queste tre cose in mente, io con il Duca mi sono divertito un casino.
Si spara, si muore, si corre, si vedono le spogliarelliste, si lancia la merda e si schiaffeggiano tette aliene che penzolano dai muri.
Il gioco è difficile, incredibilmente difficile.
E’ come essere tornati indietro nel tempo e ritrovarsi a dire “Cazzo, ma io giocavo con ‘sta roba qua? Ero un fottuto genio!”.
Checkpoint ogni morte di papa, nemici che ti ammazzano senza un vero motivo, tre colpi e muori.
Ed è divertente, cazzo, è davvero divertente.

Erano anni che non mi divertivo così con un FPS.
Halo è molo bello, ma è intrattenimento “drammatico”, la storia è seria, non cazzona e sicuramente non vuole essere un pretesto per infarcire il gioco di citazioni prese da action movie anni ’80/’90.

Il Duca è un residuato di quegli eroi lì: battuta pronta, spacconeria come se non ci fosse domani, ignoranza e un pizzico di sessismo.
Prendere sul serio questo gioco significa non averci capito granché di tutta la sua storia, di quei 14 anni di sviluppo che l’hanno portato ad essere un metro di misura per i fallimenti nel campo dei videogiochi.

Gearbox ha fatto quello che ha potuto, cucendo insieme i pezzi di un gioco che non avrebbe dovuto vedere la luce.
E’ raffazzonato, volgare, brutto da vedere, ma dyo se è divertente.
Ed ora, aspettiamo anche il suo degno erede, quel Serious Sam che, se possibile, è ancora più ignorante del suo biondo ispiratore.

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